Lo scudo fiscale chi protegge?

3 Ott 2009 | Di | Categoria: In primo piano, In primo piano: note

Che cosa è uno scudo fiscale? Lo “scudo fiscale” è una definizione che, in concreto, significa condono per coloro che hanno accumulato capitali all’estero (una stima governativa parla di 300 miliardi di euro, pari a poco meno di 600.000 miliardi di vecchie lire), sottraendoli al fisco italiano. Per riportare il denaro in Italia, gli evasori dovranno pagare il 5% dell’intera somma. Se si considera che la pressione fiscale (cioè i soldi che i cittadini versano in varie forme allo Stato, tra imposte dirette e indirette) si aggira sul 45%, lo “scudo fiscale” (scudo per chi ne usufruisce, ovviamente) comporta un abbuono del 40% su quanto dovuto all’erario. Anche in altri Paesi si è scelto di ricorrere a questa “amnistia” tributaria, ma la percentuale da pagare è più alta: in Francia, ad esempio, si va dal 10% al 40%; in Gran Bretagna è del 44% e negli Stati Uniti del 49%. Una eccezione al ribasso rilevante fu quella della Grecia che in passato chiese solo il 3%, ottenendo un gettito di 10 miliardi di euro.
Perché lo scudo fiscale? Perché lo Stato italiano ha bisogno di denaro e ne ha necessità con urgenza per fare fronte alle spese della collettività. Constatata tale urgenza, il Fisco decide di chiudere un occhio sui reati tributari ed ammette, in sostanza, la sua impotenza nell’azione di totale recupero.
Si tratta di una misura straordinaria, anche se non unica (l’Italia ha conosciuto altre sanatorie). Ciò che ha fatto discutere nei giorni scorsi è stato l’inserimento in extremis di una norma di natura penale e non prettamente tributaria: l’impunità per il reato di falso in bilancio. Quest’ultimo è il reato commesso da chi, ad esempio, nei libri contabili fa risultare perdite di esercizio, mentre in realtà c’è stato un guadagno che viene occultato. Oppure, fa risultare che la società sia solida mentre, invece, è piena di debiti, magari causati da esportazione di capitali all’estero.
Lo scudo fiscale, inoltre, è appetibile per gli evasori perché, oltre a consentire loro di pagare una quota frazionaria del dovuto, oltre a concedere loro una implicita amnistia per i reati commessi, garantisce l’anonimato. Tale circostanza fa sorgere dubbi sulla efficacia nel tempo di questa misura, perché – ad esempio – le Fiamme Gialle non potrebbero opporre in sede giudiziaria il fatto che l’evasore Caio, nuovamente sorpreso con le mani nel sacco, aveva in precedenza fatto rientrare capitali dall’estero, dando prova di reiterazione dei reati tributari.
Altro aspetto inquietante da molti evidenziato è il rischio che di questa misura fiscale straordinaria si possano avvalere anche le organizzazioni criminali. E’ arduo immaginare un esponente mafioso che faccia domanda per usufruire dello “scudo fiscale”, ma non va dimenticato che la criminalità da anni investe i proventi illeciti in attività alla luce del sole. In Calabria ed in Sicilia, ad esempio, Cosa Nostra e Ndrangheta hanno interessi cospicui negli ipermercati, di cui spesso sono i principali azionisti, come dimostrato da recenti sequestri eseguiti dalle forze dell’ordine.

A proposito dello “scudo fiscale”, il premier Silvio Berlusconi ha dichiarato: “Soldi sacrosanti, aiuteremo chi ha bisogno”.
Che quei soldi servano ed in fretta è un fatto, soprattutto in questo periodo in cui il gettito tributario cala del 2,7% ed il rapporto deficit/Pil (in pratica quanto si spende in più rispetto al totale “guadagnato” dal Paese) è in crescita rispetto allo scorso anno (ora è del 3,3, nel 2008 era dell’1,3%); in parole povere, ora l’Italia è in rosso del 2% rispetto alla ricchezza prodotta.
Che quei soldi possano essere definiti sacri o benedetti è una eventualità da scartare.

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